L’appropriazione culturale nel burlesque

di | 20 Ottobre 2019

Aggiornamento 16 Novembre 2019

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Anche nell’ambito del burlesque, il tema dell’appropriazione culturale è oggetto di un acceso dibattito che coinvolge artisti e producer tra Europa e Stati Uniti. Albadoro Gala propone una sua riflessione sull’argomento.

Lili St. Cyr

Lili St. Cyr

Definizioni:
  1. Per appropriazione culturale si intende l’utilizzo irrispettoso da parte di una cultura “dominante”, di elementi desunti da una minoranza culturale. Il concetto nasce in ambienti accademici statunitensi (Antropologia) nella seconda metà degli anni Settanta.
  2. In psicologia si definisce proiezione il fenomeno, comune tra numerosi individui, di attribuire agli altri i propri difetti e i propri complessi.
  3. Per cultura dominante si intende la cultura che influenza la società su più livelli, schiacciando le culture minoritarie. Essa si presenta come un’ideologia egemone dal punto di vista politico sociale, in un sistema nel quale sono presenti altre culture.

 

Una scomoda eredità americana
Da sinistra, in senso orario: quello che fine al 2018 è stato il logo della squadra di baseball dei Cleveland Indians; lo stemma degli Atlanta Braves; la grafica del burro Land O'Lakes

Da sinistra, in senso orario: quello che fine al 2018 è stato il logo della squadra di baseball dei Cleveland Indians; lo stemma degli Atlanta Braves; la grafica del burro Land O’Lakes

Ignoro se esista una parola, nelle scienze antropologiche, per definire il fenomeno della proiezione quando si manifesta su interi popoli, invece che su persone. Ma è esattamente quello che sta accadendo con il tentativo, da parte dell’intellighenzia statunitense e della cultura anglosassone, di trasferire oltre confine (e nello specifico in Europa) il concetto di appropriazione culturale, e le controversie che ne sono derivate.

La definizione nasce infatti all’interno dell’analisi antropologica di una grande questione irrisolta degli Stati Uniti: la problematica relazione tra la cultura statunitense e quella dei nativi americani, e in particolare l’adozione di elementi della loro iconografia nella comunicazione pubblicitaria (i caroselli; i loghi delle squadre di baseball e football americano; le pubblicità delle sigarette). Fino a qui nulla da eccepire: si tratta di una esplicita e il più delle volte dolosa mancanza di rispetto nei confronti di una cultura sconfitta, una specie di esposizione dello scalpo nemico.

È invece del tutto esecrabile il trasferimento del concetto nella comunicazione di massa e nella diatriba politica da talk-show, dove è stato usato come una clava da miserabili figuranti del potere con perversioni isolazioniste, e soprattutto il suo recente utilizzo come strumento censorio delle attività creative.

Abbiamo assistito in America negli ultimi anni alla pubblica gogna di tatuatori, artisti visivi, cuochi, architetti, coreografi, stilisti, musicisti, addirittura parrucchieri, colpevoli di essersi appropriati con superficialità di elementi appartenenti ad altre culture.

 

Un esempio: la musica
"Modern Sounds In Country And Western Music" di Ray Charles

“Modern Sounds In Country And Western Music” di Ray Charles

Basta una breve disamina dei principali contributi Americani all’arte del Novecento per rendersi conto dell’assurdità di queste polemiche: negli anni ’50 sarebbe sembrata un’inaccettabile appropriazione culturale l’idea di un ragazzone bianco di Tupelo di sintetizzare il rock & roll dalla miscela prodotta dagli Afro-Americani nel delta del Mississippi.

La stessa miscela originale, a sua volta, è figlia dell’appropriazione culturale da parte degli Afroamericani delle tradizioni canore francesi e italiane, portate a New Orleans dagli immigrati. Le rivoluzionarie interpretazioni country di Ray Charles in Modern Sounds in Country and Western Music, usando i parametri degli attuali censori, sarebbero state rubricate come autentici sacrilegi. Come anche negli anni ’80 e ’90, la musica dance ha tratto enorme linfa dalla sottocultura di un’altra minoranza, quella gay.

Influenze, ispirazioni e talvolta veri e propri “furti” – come il caso dei rapper bianchi, spregiativamente definiti “wiggas” (Beastie Boys, Eminem) – per non dire della pop-art e di tutto il post modernismo, che si basano interamente sulla decodificazione e decontestualizzazione dei simboli. Se guardiamo al risultato, tutte queste “appropriazioni indebite” hanno contribuito spesso allo sdoganamento di culture prima marginali.

 

America ed Europa (e rispettive colpe)

Questi atti di accusa mi sembrano il classico caso del carnefice che si autoflagella, non trovando di meglio per sedare il proprio senso di colpa. Possono continuare a farlo, se li fa stare meglio, ciascuno gestisce i propri complessi come meglio crede. Ma noi europei e soprattutto italiani cosa c’entriamo? La Cultura dominante attuale non è forse quella del consumismo, capitalismo e annientamento degli “altri” creata dagli Stati Uniti? Chi ci accusa si rende conto che da oltre duemila anni il Mediterraneo è l’ombelico intellettuale del mondo proprio per l’interculturalità che lo contraddistingue?

Il punto è che chi ci accusa tende a pensare che la cultura dominante sia quella bianca: un bel calderone in cui è il colore della pelle a decidere se sei dominante o no! Cosa c’è di piè razzista e ignorante? Cosa avrebbe a che fare la mia cultura mediterranea con quella di una ragazza bianca inglese o australiana? Per questi “paladini”, solo un popolo che non ha mai schiacciato un’altra cultura può usufruirne. Beh, basta aprire un libro di storia per sapere che questo popolo non esiste!

L’Europa non è l’America, è costruita intorno a ben altri complessi e questioni irrisolte. La più rilevante tra queste è sicuramente la nascita, l’affermazione e il controverso declino dei Fascismi. Di questo puzzano le accuse di appropriazione culturale: di fascismo. Del desiderio, esplicito o sottinteso, di limitare la libera espressione dell’uomo e la commistione tra i popoli, in favore di una più lineare e controllabile purezza. Distinguo tra esplicito o sottinteso perché spesso tali critiche provengono da ambienti progressisti, che col presunto intento di proteggere l’autenticità delle minoranze (e mostrare così un’altrettanto presunta superiore sensibilità culturale) concorrono a fomentare le inclinazioni razziste, già adeguatamente supportate dai movimenti di estrema destra.

Ho imparato che in politica gli atti contano più delle opinioni. Regolamenti o consuetudini che implicano una limitazione della libertà creativa sono, indipendentemente dalle intenzioni, atti fascisti. Reazioni di retroguardia a una naturale evoluzione della società e della tecnologia che stanno portando, inesorabilmente, all’abbattimento di confini e barriere, al fecondo incrocio tra genti e culture.

 

Ispirazioni
Josephine Baker

Josephine Baker in una immagine promozionale per uno spettacolo alle Folies Bergère

L’arte postmoderna gioca costantemente con i simboli. Non ha senso, nel 2019, accusare di razzismo o di offesa alle minoranze un balletto ispirato a Josephine Baker: la molteplicità delle chiavi di lettura rende impensabile limitare l’interpretazione a puro e semplice richiamo di (presunte) appropriazioni superficiali avvenute un secolo prima. Ogni tentativo di incasellare l’arte e la cultura in schemi precostituiti è un atto privo di senso, di visione e di ricchezza. Un atto miserabile.

 

Le ripercussioni nel Burlesque
Blaze Starr

Blaze Starr

E nel Burlesque, cosa accade? Burlesque performers pubblicamente accusati di razzismo per aver osato indossare un costume esotico o essersi ispirati a un’altra cultura per creare il proprio act. Illustri festival boicottati per aver ospitato i performers accusati di razzismo o addirittura un cosplay. Che differenza c’è tra una burlesque performer e un’attrice? Perché riteniamo assolutamente naturale che un attore possa interpretare qualsiasi ruolo e una burlesque performer no?

L’estetica Burlesque nasce nel periodo del colonialismo, con il mito della bellezza esotica. Se dovessimo applicare queste regole bisognerebbe eliminare dal burlesque: tutti i tipi di piume usate da varie tribù di tutto il mondo durante i propri riti sacri, panel skirt-shimmy, shake, bumps and grind tipici della danza del ventre, qualsiasi riferimento alle religioni visti gli innumerevoli martiri. Il tiki? Per carità! Le calacas messicane? Via! Charleston? No non si può, i movimenti di base derivano dalle danze propiziatorie delle tribù africane. Per favore, basta con pizza-mafia-mandolino, vista la ferita aperta e sanguinante e l’esercito di morti. Cosa rimane? Ah, sì, lo striptease! Di certo non il Burlesque.

Gina Lollobrigida in "Salomone e la regina di Saba" (1959) e "Il gobbo di Notre Dame" (1956)

Gina Lollobrigida in “Salomone e la regina di Saba” (1959) e “Il gobbo di Notre Dame” (1956)

 

Divisioni

Ne sta derivando una divisione tra il burlesque statunitense, che vuole ergersi a “educatore”, e quello europeo, che resta allibito e incredulo, perlomeno sui metodi educativi. Per un po’ ognuno resterà a casa propria, gli europei faranno lavorare gli artisti europei, gli americani quelli locali o i Krumiri (ops! Il termine è tunisino e sanguinolento).
Tutto tornerà tranquillo appena le eroine accusatrici capiranno che stanno perdendo possibilità di lavoro e soldi; il linguaggio dei soldi è universale e mette tutti sempre d’accordo.

 

Un pizzico di curry

Il più grande esempio di appropriazione culturale che mi viene in mente ha un profumo inconfondibile, quello del buon vecchio curry indiano. Che non è un prodotto indiano, ma inglese. Inglese come una delle burlesque performer più attive a giudicare razzisti altri colleghi anche se lei si appropria di un culto Hindu sacro come la pratica di ingoiare spade. In India non esiste una miscela di spezie comune, anzi: il dosaggio e la scelta delle spezie cambiano di famiglia in famiglia, e ne diventano un tratto distintivo.

Gli inglesi hanno preso una miscela qualunque, l’hanno leggermente ingentilita, e l’hanno trasformata nel più famoso prodotto alimentare appartenente alla Cucina Indiana, uno dei tre-quattro luoghi comuni a cui l’India è associata (i Fachiri, Gandhi, il tè, il curry). Un caso di appropriazione culturale infame. Infame e delizioso. Non credo di riuscire a immaginare un mondo dove viene messo al bando il curry, e dove ogni idea nascente dall’incrocio tra culture debba passare il vaglio di non so che cosa, magari un comitato a difesa dell’autenticità dei popoli. A me non piacerebbe vivere, in un’Europa così!

 

Concludendo

«Non siamo mica gli Americani, che loro possono sparare agli indiani», cantava Vasco Rossi nel 1979, mentre le Accademie Statunitensi di Antropologia definivano il concetto di appropriazione culturale. Ecco, dato che non siamo stati noi a sparare, evitiamo possibilmente di accollarcene la colpa.

L’appropriazione culturale nel burlesque ultima modifica: 2019-10-20T22:59:49+01:00 da Albadoro Gala
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Category: Opinioni

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