Dirty Martini: un cocktail burlesque di teatro e cinema

di | 4 Novembre 2010

Aggiornamento 24 Novembre 2019

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Ph. Carl Giant.

La nostra intervista a Dirty Martini, realizzata nel 2010 in vista della sua partecipazione a Roma allo spettacolo La Dolce Diva.

La performer newyorkese, da qualche tempo, è sempre più vicina all’Europa: ha interpretato il film francese Tournée, premiato a Cannes; mentre dal 25 novembre al 5 dicembre 2010 sarà a Roma, al Teatro Olimpico, per interpretare lo spettacolo La Dolce Diva.

La Dolce Diva trae ispirazione da un periodo estremamente famoso e con un posto particolare nella cultura popolare italiana del secondo dopoguerra. Nello spettacolo ci sono echi di Fellini e degli attori che ha immortalato nel suo La Dolce Vita, Marcello Mastroianni e Anita Ekberg. Tu affronti questo ruolo come un’eredità pesante o come qualcosa con cui divertirsi?

Spesso sono stata descritta come una donna felliniana, prima ancora che io avessi l’occasione di vedere uno qualsiasi dei film del grande regista. Poi, dopo aver assistito per la prima volta ad Amarcord, mi sono resa conto di ciò che la gente intendeva. E mi sono sentita come se quelle donne fossero dei miei parenti lontani.

L’Italia ha sempre partorito i personaggi più incredibili, e quando ho avuto la fortunata occasione di vivere a Napoli per un mese, mi sono trovata a cercare anche lì l’”Italia di Fellini”.  L’ho trovata nelle tabaccaie, nelle droghiere, nelle padrone di casa che spazzano in strada. Soprattutto negli angoli dove non pensavo di trovarla!

Il burlesque è fatto di divertimento e l’ispirazione a La Dolce Vita e al cinema di Fellini credo sia perfetto perché l’Italia ritrovi il suo divertimento kitsch e glamour. Forse, al giorno d’oggi, il vostro paese è un po’ troppo influenzato dagli standard di bellezza proposti dalla tv e dalla stampa americana. Chissà cosa potrà accadere, una volta che la scena neo-burlesque sarà cresciuta anche qui in Italia…

Se non ci sbagliamo, questa è la seconda volta che ti esibisci in Italia.

Ph. Laure Leber Braga

Sì, mi sono esibita nel 2008 al Teatro Sannazaro di Napoli con lo spettacolo Cabaret New Burlesque, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. Quella volta mi sono divertita tantissimo! Ho fatto parecchie escursioni a Capri, Procida e Ischia, oltre che, ovviamente, a Napoli.  Che città incredibile!  Julie Atlas Muz, Kitten on the Keys, Mimi LeMeaux e io ci siamo anche concesse un bel viaggio a Roma e a Venezia, prima di tornare negli Stati Uniti. Inutile dire che abbiamo attirato un bel po’ l’attenzione ovunque!

Non vediamo l’ora di vederti sul palco, come non vediamo l’oria di vederti sul grande schermo: Tournée di Mathieu Amalric sarà presto anche nei cinema italiani. Eppure questo non è il tuo primo film.

Già, non è la prima volta che interpreto me stessa in una pellicola; ma è senz’altro la prima in cui il mio ruolo è così importante. Inoltre, lavorare con filmmaker di questa portata è stata una sfida eccitante. E mi sono sentita davvero a mio agio, nel mondo artistico francese.

Lavorare con Mathieu Amalric – sicuramente uno dei migliori attori di questo secolo, oltre che regista – e Christophe Beaucarne il direttore della fotografia – è stato come essere accolti in un club esclusivo. Grazie a loro, sul palco sembriamo bellissime, e le nostre esibizioni sono conservate nel miglior modo possibile. Senza contare il divertimento di girare per la Francia, facendo le riprese in splendidi teatri chiusi da tempo per problemi economici.

A proposito di film: ricordiamo anche una tua piccola partecipazione a Shortbus, che risale a qualche anno fa. Al tempo della sua uscita al cinema, ti risconoscemmo mentre ti esibivi, sfocata, sullo sfondo di una scena! Cosa ricordi di quel folle, audace film?

John Cameron Mitchell, il regista della pellicola, veniva spesso al VaVaVoom Room di New York, dove mi esibivo, e mi aiutò ad affinare diverse delle mie performance. Stava cercando gli artisti perfetti per il locale del film. Mi chiese di far parte del cast, come molti personaggi della scena notturna della Grande Mela, soprattutto dell’ambito burlesque: Murray Hill, le Wau Wau Sisters, Bradford Scobie e The World Famous *Bob*. Diversi personaggi del film sono miei cari amici e sapevo che in questo modo la pellicola avrebbe avuto un sapore più autentico.

Anche se la mia parte era veramente minuscola (oltre a quell’inquadratura che avete ricordato, c’ero anche nel finale, ma venni tagliata in montaggio), mi esibii per gli spettacoli che accompagnarono le anteprime a New York e a Toronto, così John mi fece sentire comunque parte del cast. Lui è un regista eccezionale, molto paziente, calmo e affabile. E ha fatto sì che tanti spettatori in tutto il mondo desiderassero di correre a New York e per frequentare il locale del film!

Adesso è il momento per una domanda spinosa: cosa ne pensi di Burlesque, il film diretto da Steve Antin e interpretato da Christina Aguilera e Cher?

Avendo avuto l’opportunità di analizzare a fondo la rivoluzione neo-burlesque di questa generazione, temo che il film di Steve Antin sarà una terribile delusione sia per ama il vero burlesque, sia per i semplici curiosi. Sia chiaro, adoro Cher. In più, sono un’ammiratrice – oltre che un’amica – di Alan Cumming, che fa parte del cast ed è un vero burlesque aficionado, a cui s’illuminano gli occhi quando parla della volta in cui ebbe l’opportunità di intervistare Tempest Storm per una rivista, anni fa. Ma, sfortunatamente, il regista e il coreografo (con in mente più che altro le Pussycat Dolls, un altro tentativo pseudo-burlesque), hanno creato qualcosa che partisse dal neo-burlesque, ma con un look più moderno, con l’obiettivo di fare qualcosa di nuovo.

Sinceramente, non ho visto il film, ma il trailer è terrificante e non sembra nemmeno divertente come il film Showgirls. Naturalmente andrò a vederlo: ho già un appuntamento con Murray Hill al mio ritorno dal tour nel Regno Unito. Non mi piace parlare di qualcosa che non ho visto; ma, anche se non è facile farsi un’idea completa, dando un’occhiata alle preview mi aspettavo un po’ più di stile nei costumi. Posso senz’altro dire di sapere quanto le performer lavorino duramente sui loro abiti e sui loro concept, e vi assicuro che vedere una cosa simile è stato come uno schiaffo in faccia.

Le artiste e gli artisti di burlesque si applicano moltissimo per mantenere in vita il gusto del passato e trasferirlo alla nuova generazione. Insomma: nell’ambiente ci stiamo lamentando un po’ tutti, di questo film. Resta da vedere che effetto avrà sul pubblico. Ma mi auguro che gli spettatori del film di Steve Antin decidano, poi, di andare a vedere anche Tournée, che è senza dubbio un po’ più autentico.

Restiamo in ambito cinematografico, ma questa volta parliamo di un documentario: Dirty Martini and the new burlesque.

Ph. Valerie Archeno

Si stanno girando parecchi documentari sull’argomento, in questo periodo. Qualche tempo fa ero in camerino con Immodesty Blaize durante il suo tour negli Stati Uniti in occasione dell’uscita del suo documentario Burlesque Undressed, e si rideva su quale dei nostri due film sarebbe uscito prima! C’era anche Catherine D’Lish, che scherzava sul fatto che non ne avrebbe mai girato uno. E altre performer ci predenevano in giro perché c’erano tutte queste telecamere, pronte ad ogni show come se fossimo personaggi di un reality!

A parte questo, a me piace moltissimo un altro documentario: A wink and a smile di Indigo Blue. Sono orgogliosa che Dirty Martini and the New Burlesque sia venuto così bello e toccante, così rappresentativo della scena burlesque newyorkese. Gary Beeber, il regista, praticamente non aveva nemmeno idea do cosa fosse questo spettacolo, prima di girare il film. Stava lavorando su un progetto dedicato ai sideshow di Coney Island, quando mi intervistò; rimase tanto impressionato dalle mie parole sul burlesque, che pensò di farne un cortometraggio. E più intervistava gente come Tigger, Julie Atlas Muz, Bambi the Mermaid e Jo Boobs, più si materializzava l’idea di dedicare al soggetto un film vero e proprio. Alla fine io sono solo il punto di partenza per raccontare la storia del neo-burlesque e permettere a tutti questi performer di parlare della loro arte.

Nel testo di presentazione del film si legge che “il burlesque è il nuovo punk”. A occhio e croce potrebbe sembrare una tua affermazione…

Infatti! Del resto, la maggior parte del testo di presentazione arriva da una fonte molto attendibile (in originale usa la frase idiomatica “Straight from the horse’s mouth”, N.d.A.) Questo paragone è basato sulla natura “fai da te” sia del burlesque sia del punk dei primi ’70. Ovviamente l’estetica è differente; eppure in entrambi i casi, gli spettatori sentono che stanno assistendo all’effusione appassionata dell’anima di una persona… ma fatta in casa! Il burlesque non è sempre innovativo; ma quando è al suo meglio, respinge i confini della società degli stereotipi di genere e standard di bellezza nello stesso modo in cui i punk rocker hanno fatto con i concetti contemporanei di normalità di periferia e di anarchia.

Credo che le burlesque performer possano cambiare il modo in cui gli spettatori assistono agli spettacoli e, ancor di più, il modo in cui la società vede le donne. Spero che i locali di burlesque sappiano ancora mantenere sia ciò che è “alto” sia ciò che è “basso”, proprio come ai vecchi tempi. In futuro, mi piacerebbe vedere un rinnovamento delle sedi in cui si fa burlesque, portando tutto ad uno standard di performance che possa competere allo stesso livello con spettacoli come il Cirque du Soleil. Il burlesque deve evolvere, non essere solo una moda passeggera.

E’ ciò che ci auguriamo anche qui in Italia. Eppure alcune cose lasciano ben sperare. Infatti molte ragazze e donne italiane si stanno allenando per affrontare i palchi del burlesque. Spesso ci scrivono, attraverso www.burlesque.it, piene di dubbi; noi, per rassicurarle, ricordiamo loro che anche le più grandi dive del genere hanno iniziato con fatica, magari un po’ di goffaggine o persino qualche errore clamoroso in scena. Vuoi raccontarci qualche ricordo dei tuoi primi giorni da artista burlesque?

Cominciamo col dire che, quando iniziai a esibirmi, non c’era proprio nessuno da cui imparare: il neo-burlesque semplicemente non esisteva, di conseguenza essere innovativi non era un lusso, ma una necessità! Andai a cercare le vecchie pellicole burlesque e lessi parecchio sulle artiste dagli anni ’30 ai ’60, con l’obiettivo di ricreare il burlesque per questa generazione; il tutto almeno un anno prima di cominciare a lavorare sul mio numero di debutto.

Quando fui pronta con questo, mi esibii per alcuni artisti con cui lavoravo in una compagnia teatrale, nella speranza di avere reazioni e consigli. La routine era completamente coreografata e includeva una fan dance – al tempo non così comune – uno striptease e un finale con tassel twirling. I punti di partenza erano solo le showgirl di Las Vegas, le drag queen e la mia formazione di danza. I costumi non erano granché, ma l’idea di base, la danza e la presenza scenica resero tutto abbastanza interessante da essere degno d’un debutto pubblico.

Oggi, ci sono molti artisti burlesque, e c’è internet per trovarli. Ci sono scuole per imparare i trucchi e le persone a cui chiedere consigli, insieme a tanti piccoli spettacoli per affinare le proprie abilità. Il mio consiglio principale ad una nuova interprete? Metti l’amore sul palco, sempre, più di ogni altra cosa. Anche l’amore per il pubblico: bisogna saperlo ascoltare perché è lui a dirti dove bisogna – per esempio – stringere una routine.

Niente numeri atrocemente lunghi! E nessuna paura di fallire o di non diventare la regina del burlesque al primo tentativo. Dixie Evans, fondatrice del museo burlesque e Hall of Fame di Las Vegas mi disse una volta che il problema con il New Burlesque è che tutte vogliono essere la regina e nessuna vuole far parte della fanteria. Invece è fondamentale fare il soldato a piedi per un po’, prima di aspirare al ruolo di regina. E’ necessario essere originali, essere sé stessi, perché chi cerca di essere Dita Von Teese è destinata a fallire. Aspetta, prima di stampare il tuo nome su magliette, spillette e adesivi: prima lavora sul tuo numero! C’è solo un Dita, c’è solo una Julie Atlas Muz, c’è solo una Dirty Martini e ci dovrebbe essere anche una sola tu!

La versione in inglese dell’intervista è disponibile nella pagina seguente >>
Dirty Martini: un cocktail burlesque di teatro e cinema ultima modifica: 2010-11-04T02:06:39+01:00 da Attilio Reinhardt
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Category: Interviste

L'autore di questo post ()

Attilio Reinhardt è un entertainer e presentatore di spettacoli di varietà ed eventi, con lo stile dei conduttori del passato. Oltre a questo, è anche autore di pubblicazioni dedicate alla storia e alla cultura del teatro leggero. Dal 2006 a oggi è stato protagonista della scena burlesque, venendo soprannominato “Ambasciatore del burlesque in Italia” a seguito di tanti spettacoli dal vivo e progetti editoriali dedicati all’argomento, come il sito Burlesque.it e il libro Burlesque: curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzo. Tra i suoi progetti editoriali dedicati allo spettacolo leggero nell'Europa del Novecento, anche i siti Kabarett.it e MilanoVarieta.it. Ha collaborato come columnist con il Mitte, il quotidiano italiano di Berlino. Nella stagione 2015/2016 ha scritto e condotto con Sara Cassinotti il programma Radio Variété, su Radio BlaBla. È stato direttore artistico e conduttore degli show mensili Variété Night (2016-2018) e Saturday Night Hell (2017-2018) in scena alla Maison Milano.