banner ad

La storia

Condividi! ❤️

La nascita e la tradizione

Nel XIX secolo, negli USA e in Gran Bretagna, il burlesque era uno spettacolo che parodiava il mondo, le abitudini e i passatempi dell’aristocrazia e dei ricchi industriali, per divertire le classi meno abbienti.

C’era una trama, per quanto esile; delle canzoni, dei numeri di ballo, tanta comicità. Ma, per mantenere vivo l’interesse del pubblico, già negli anni ’60 dell’800 i fautori degli spettacoli non si facevano scrupoli ad aggiungere sul palco un po’ di nudità femminile. Ovviamente con le dovute proporzioni rispetto a oggi.

Lydia ThompsonNonostante un po’ di scandalo, i primi burlesque americani di Broadway fecero, per il tempo, numeri da capogiro, divenendo a tutti gli effetti un fenomeno di massa e contribuendo a “svezzare” il pubblico.

Tra gli show più famosi: The Black Crook, che è ricordato soprattutto per l’esibizione di ballerine in succinte calzamaglie; ma soprattutto Ixion che, messo in scena dalla compagnia inglese British Blondes di Lydia Thompson, divenne lo spettacolo più chiacchierato, nonché uno dei più visti, del tempo. Questo show ebbe un clamoroso successo a New York, spostandosi poi a Chicago, New Orleans, Saint Louis, Cincinnati e altre grandi città statunitensi. Il morbo, dalla “Grande Mela”, cominciò a diffondersi ovunque.

Ormai i produttori avevano capito bene quale ingrediente rendeva infallibile la ricetta del successo; quindi non fecero altro che aumentarne le dosi. Le trame si fecero più esili, rimasero i numeri comici – ma solo come contorno -, aumentarono le presenze femminili e diminuirono gli abiti.

A questo tipo di spettacolo si fuse anche la danza del ventre, grazie soprattutto alla Chicago World’s Columbian Exposition del 1893, che vide esibirsi Little Egypt: una ballerina armena (a dispetto del nome d’arte), che infiammò la platea con la sensualità dei suoi movimenti.

L'insegna di uno dei teatri dei fratelli MinskyIn questa fase, le artiste del burlesque erano poco vestite, ma non si spogliavano. La novità dello striptease arrivò col tempo. Per quanto non esista una data realmente documentata per la nascita di questo tipo di performance, in molti affermano che il primo striptease avvenne per caso. Si racconta che nel 1917, nello spettacolo dei fratelli Minsky – che per un certo periodo furono i re del burlesque – si esibisse la ballerina Mae Dix; una sera, durante un’esibizione, a causa di un piccolo incidente tecnico, l’artista finì col perdere in scena buona parte del suo abito: il pubblico fu entusiasta e l’”incidente” divenne parte integrante dello spettacolo (a questa storia s’ispira il divertente film Quella notte inventarono lo spogliarello)

Il crescente successo del burlesque portò la stampa, guidata da influenti benpensanti, a scagliarsi violentemente contro questa peccaminosa forma di spettacolo. In un primo tempo questo fu inutile e non fece altro che aumentarne la popolarità e il numero di biglietti venduti.

Mae WestA gettare benzina sul fuoco ci fu anche l’avvento di un fenomeno che, almeno parzialmente, era alla base del successo commerciale degli spettacoli della Thompson: la scoperta che le donne non erano solo corpi da mostrare, ma erano anche esseri pensanti.

Lo dimostrò ampiamente Mae West: scrittrice, autrice di canzoni, produttrice, attrice teatrale e poi cinematografica, l’artista si distinse per uno stile basato sì sulla sua prorompente femminilità, ma soprattutto su testi arguti e sagaci battute a doppio senso (che, nel 1927, a causa del suo show intitolato esplicitamente Sex, la portò a passare qualche giorno in prigione).

In molti seguirono l’esempio delle prime compagnie e il morbo si diffuse rapidamente, originando anche prodotti scadenti. Poi, negli anni ’20, la moda si esaurì. I teatri impiegati per anni nel burlesque, lentamente, chiusero tutti e i relativi proprietari incontrarono seri problemi: difficilmente i loro locali potevano essere riconvertiti in sedi per il vaudeville (sempre varietà, ma più casto) o per forme di teatro tradizionale.

A questo punto, visto che non si poteva tornare indietro, l’unica soluzione sembrò quella di percorrere la strada fino in fondo e buttarsi nello striptease.

Reginald Marsh, Star Burlesque, 1933, tempera a uovo su tela, Curtis Galleries, Minneapolis

Reginald Marsh, Star Burlesque, 1933, tempera a uovo su tela, Curtis Galleries, Minneapolis

Al tempo praticare lo striptease era come camminare su un campo minato: spingersi troppo in là poteva avere conseguenze devastanti per l’artista, l’impresario e il proprietario del teatro, che rischiavano di finire in prigione per corruzione della morale pubblica. Si fece quindi di necessità virtù: si cominciarono ad usare i tanga (in inglese G-strings) e i “puntini” (pasties), per coprire il corpo quel tanto da non incorrere in problemi con la legge e, al contempo, quel poco da risultare interessante per gli spettatori, che ormai erano solo uomini.

Le artiste più abili, inoltre, cominciarono a puntare anche al cervello del pubblico, condendo le proprie esibizioni con tocchi artistici o battute di spirito. Ma, a dire la verità, si trattava di casi isolati: il burlesque era diventato perlopiù uno show di semplici spogliarelli, inframmezzati da qualche comico da strapazzo.

Le autorità ebbero ragione di diversi teatri, che dalla metà degli anni ’20 e per tutto il decennio successivo, riuscirono a chiudere praticamente tutti i burlesque di New York, anche grazie all’inflessibilità del sindaco LaGuardia. Visto che ormai persino la parola “burlesque” era diventata fuorilegge, i gestori trasformarono i teatri che fino ad allora avevano ospitato questo tipo di spettacolo in semplici cinema.

La maggior parte delle artiste finì nei nightclub, mentre le più fortunate ottennero qualche particina a Hollywood. Gli artisti che lavoravano con loro (tra cui, ricordiamolo, c’erano anche Jackie Gleason, W.C. Fields, Red Skelton, e Bob Hope) ripiegarono su radio, tv e cinema. Ma non tutto era perduto.

Dixie EvansLe riviste maschili più osé proseguirono a mostrare le eroine del burlesque, anche se solo su carta. La popolarità delle migliori stripper non calava, tanto che negli anni ’40 molte di esse riuscirono a crearsi proprie compagnie ambulanti dei cosiddetti girl show, mentre alcuni nightclub divennero burlesque club.

Visto che la maggior parte dello spettacolo stava, ormai, nella sola esibizione delle artiste, le nuove leve si resero conto che occorreva aumentare l’originalità, l’inventiva, la stravaganza delle performance. Si poteva così assistere all’esibizione di Dixie Evans che, nelle vesti di una Marilyn Monroe ancora più generosa dell’originale, ballava con un pupazzo di Joe DiMaggio!

Le cose stavano cominciano a cambiare rapidamente: negli anni ’60 nacquero i go-go club: locali in cui si esibiva contemporaneamente un intero corpo di artiste, sul modello delle Folies Bergère. Ma la liberazione sessuale era dietro l’angolo e i tempi erano ormai maturi per la pornografia. Nel giro di pochi anni, il pubblico preferì ai casti burlesque le ben più sfacciate novità dei film a luce rossa.

Dal ’65 in poi, il burlesque venne trattato come un reperto del passato. Lo spettacolo filologico di Ann Corio This Was Burlesque (1965 e 1981) e quello di Ann Miller e Mickey Rooney intitolato Sugar Babies (1979), non erano più altro che dei divertiti revival.

Poi, intorno agli anni ’90, accadde qualcosa…

leggi il seguito >>

Condividi! ❤️

Pagine: 1 2